COMPILATO DA:
P. FANFANI e C. ARLÌA

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TERZA EDIZIONE
Riveduta e con molte giunte
MILANO, 1890

EQUIVOCO

Facciamo a intenderci bene. Equivoco per Errore è un errore bello e buono, perché il primo procede da mala intelligenza, dal prendere una voce per l'altra; il secondo da perizia o da trascuranza. Il primo non è degno di biasimo, il secondo lo merita quasi sempre; e se non è colpa, la rasenta. È però la frase: Prendere un equivoco, ovvero un Qui pro quo, è per conseguente falsa, se la è usata per Cadere in errore. Gli esempii e l'autorità son belli e buoni; e poi bisogna veder prima quali esempii e quale autorità si allegano; ma ad ogni modo non c'è esempio nè autorità là dove non ne sta in capitale la proprietà, che è dote principalissima del discorso. Qui vogliam soggiungere che facetamente si suol dire: Prendere un equinozio in cambio di Prendere un equivoco.
A proposito di equivoci, vogliamo qui addurne due. Svetonio De ill. Gramat. in Valer. Catone cita alcuni versi di Bibaculo, che deride Valerio Catone che aveva di gran debiti. Scheraz sulla voce Nomen, che valeva la voce con cui ogni persona o cosa si denomina, e debito.
Mirati sumus unicum magistrum,
Summum grammaticum, optimum poetam,
Omne solvere posse quæstiones,
Unum difficile expedire nomen.


L'altro è quello che fu detto a un buon religioso, al quale erano stati affidati gran denari per una fabbrica, e non la faceva. Riprendeva egli un tale perché menasse vita licenziosa e «non edificasse» il prossimo. Al che rispose quel tale, che egli pure era tenuto ad «edificare» molto più di lui, e non lo faceva. Qui l'equivoco sta tra edificare, Murare, e edificare, Dar buon esempio con la vita esemplare ec.
EQUITAZIONE EREDITIERA
E